È possibile conciliare immigrazione e sicurezza?

3 Gen

Sua gusto sito spesso parliamo di tematiche riguardanti le aree povere. Non c’è dubbio che la tematica più scottante di questi anni è l’immigrazione. Negli ultimi tempi essa si è legata in modo naturale, quasi senza volerlo, al terrorismo e alla sicurezza, generati dalla situazione politica in Siria. Non è questo il posto per parlare di ipotetiche colpe dell’Occidente. La vera domanda che possiamo porci è: possiamo controllare l’immigrazione nella speranza di fermare il terrorismo? Il controllo dell’immigrazione, porre dei limiti ad essa, è un modo di fermare il terrorismo?

Dalla risposta a queste domande dovrebbe discendere una riflessione seria. Ci sono stati casi di immigrati, che avevano ricevuto lo status di rifugiati, che si sono resi protagonisti di attacchi terroristici ovunque in Europa. Ma nella maggior parte dei ad attaccare sono stati i figli delle periferie delle città europee, immigrati di seconda e terza generazione, come ci ricordano i casi di Parigi o di Bruxelles.

Il problema dell’immigrazione non dovrebbe essere gestito a partire dal colore della pelle o della nazionalità o del luogo di provenienza. Se tutti avessero la libertà di spostarsi è chiaro che lo farebbero verso aree ricche. Noi italiani siamo emigrati negli USA, in Australia, in Germania o in Sud America non perché li avessimo eletti a seconda patria per motivi turistici. Andavamo lì perché c’erano semplicemente più opportunità. Qualunque padre di famiglia che prende la moglie e i figli e li imbarca su un barcone nella stragrande maggioranza dei casi, lo fa per cercare una vita migliore, un’opportunità di sfuggire a guerre, povertà, saccheggi. Questa è la situazione normale della crisi dei rifugiati che da due anni stiamo vivendo.

Con queste speranze ovviamente portano anche le loro tradizioni, la loro religione, le loro usanze. Che a noi spesso possono apparire ostili perché in fondo non le conosciamo, o ne conosciamo una versione occidentalizzata che percepiamo come aggressiva, estranea, pericolosa.

Eppure anche noi italiani, quando ci siamo spostati in Canada o negli USA abbiano portato là di tutto: la nostra cucina, il nostro amore per la famiglia, la musica, la lingua e persino la criminalità organizzata.

Il problema ora è che non ci sono più paesi come l’America di fine Ottocento, cioè grandi e desiderosi di manodopera. Paesi in crescita sono molto popolati, come la Cina o l’India. I paesi africani sono ancora sottosviluppati e fanno manodopera in loco o in Medio Oriente, i paesi occidentali dell’Europa, che sono quelli più a tiro per gli ingressi incontrollati, sono tutti in crisi o ne stanno uscendo da pochi anni.

In pratica si sta creando il combinato disposto di paesi che non vogliono più stranieri per motivi di sicurezza e paesi che letteralmente li stanno spingendo qui, unito ciò alle mire terroristiche di organizzazioni e pseudo-stati, che puntano a colpire la vita quotidiana, sparando letteralmente nel mucchio. Il problema non è che nemmeno vada gestito a livello Europeo. È che vanno prese delle contromisure, più controlli, accettando solo chi veramente è in stato di bisogno. Oppure, se vogliamo più ingressi, aumentare nettamente le strutture di controllo, che sono spesso carenti e deficitarie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *