Darwin e l’evoluzionismo

2 Feb

La teoria evoluzionista si è rivelata una ricca fonte di dibattito da quando il naturalista inglese Charles Robert Darwin pubblicò, nel 1858, L’Origine delle Specie. Oggi, i reperti fossili sono visti con uno sguardo nuovo e sollevano una vivace polemica che riguarda non solo il sorgere della vita, ma anche il destino delle specie attuali, compresa la nostra. Sfidando il pensiero biologico tradizionale, vanno ora facendosi strada nuovi meccanismi riguardanti il mutamento evolutivo, unitamente ad una moderna teoria che implica un’evoluzione a stadi, secondo la quale a milioni di anni di stabilità nell’ambito di una specie succederebbero salti di rapido sviluppo evolutivo.

Poiché i mutamenti evolutivi impiegano per attuarsi, milioni di anni, il processo è troppo lento per poter essere osservato nel suo divenire. Questa è la ragione per la quale Darwin fondò la sua teoria sulla testimonianza di indizi indiretti, osservazioni di animali e pinta viventi e deduzioni dei processi passati tratte da un mosaico di reperti fossili. Nonostante si discuta ancora sugli esatti meccanismi e sul percorso dell’evoluzione, ci sono oggi abbastanza prove, provenienti sia dalla natura che da studi sperimentali, che essa esista veramente. La variabilità genetica, ad esempio, è stata chiaramente dimostrata da osservazioni compiute su creature come la Biston betularia: questa farfalla normalmente vive su alberi provvisti di corteccia chiara con la quale ben si confonde, avendo ali grigie, e in tal modo si sottrae alla vista degli uccelli. Tuttavia, nelle aree in cui l’inquinamento industriale ha determinato l’annerimento dei tronchi degli alberi, gli esemplari della forma chiara non risultano più mimetizzati, per cui sono facilmente individuati e divorati in grandi quantità dai loro predatori.

Per proteggersi e perpetuarsi nei centri urbani, questa specie di farfalle ha rapidamente prodotto una varietà con pigmentazione più scura, un fenomeno noto come melanismo industriale. Allo stesso modo, sono comparsi e, in aumento di numero, “super ratti” resistenti a particolari veleni che uccidono solo i loro parenti più vulnerabili. Gli esemplari la cui costituzione genetica consente di tollerare l’azione del tossico, rimangono in vita e si riproducono, dando luogo ad una nuova generazione resistente.

I biologi sostenitori della teoria darwiniana sono dell’avviso che, se una parte della popolazione viene isolata da tutto il resto, il tipo di mutazione che si verifica in questi organismi, potrebbe portare alla fine alla comparsa di una nuova specie. Condizioni di isolamento, ad esempio, potrebbero verificarsi nel caso in cui alcuni individui andassero alla deriva su un’isola trasportati dalla vegetazione, dalle correnti o da una inondazione. Nella nuova nicchia ecologica venutasi a creare, essi potrebbero giungere all’affermazione di una specie diversa da quella originaria.

La teoria di Darwin un tempo schernita e ancor oggi messa in discussione dai teorici del Creazionismo (una credenza religiosa senza alcun fondamento scientifico), presuppone che nella lotta per la vita gli individui dotati di mutamenti genetici benefici abbiano migliori probabilità di trasmettere le loro caratteristiche. Questi tratti vantaggiosi si accumulerebbero e la specie gradualmente si evolverebbe grazie a un processo di selezione naturale.

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